Laura Boerci

L'aura di tutti i giorni, il romanzo.

Grazie ai miei lettori ho avuto grandissime soddisfazioni e la possibilità di presentare il libro in tante città diverse. Ho incontrato molte persone e molte idee e, se dal punto di vista economico non ho guadagnato molto, dal lato umano posso dire di essermi arricchita notevolmente.

GRAZIE!

immagine della copertina del romanzo

Ecco una recensione di Silvia Camatta.


Magari ci lamentiamo perché non riusciamo a trovare un paio di scarpe che ci piacciano, e ci dimentichiamo di avere gambe per correre, camminare, giocare a pallone, ballare. Così scrive Laura, ricordando i suoi primi tentativi di conquista:

Nonostante le lezioni di Daniela, evitai di fare la sfrontata e di buttarmi su Massimo. Veramente una sera, galvanizzata dalla luminosità di un cielo limpido, gli chiesi di fare quattro passi.

Sorrido. Dovrei dire “un giro” per nonfare come i ciechi che dicono: “Ciao, ci vediamo”. Ma chi se ne importa

Magari ci lamentiamo per le “maniglie dell’amore” sulla schiena, e ci dimentichiamo che questa schiena, grassoccia o no, ci tiene ritti.

La mancanza di forza muscolare e la necessità di stare sempre seduta avevano compromesso la stabilità del mio tronco. La scoliosi era ormai evidente e grave. Questa è sempre stata per me la vera sfortuna, più dell’impossibilità di camminare. Crescendo, assumendo sempre di più l’aspetto di una ragazza carina, desideravo poter indossare abiti che mi valorizzassero. Non chissà che, sarebbe bastata una maglia attillata. Ma poche cose erano adatte a me. I vestiti stretti hanno sempre fatto risaltare le mie forme… da banana, quindi evitavo, ed evito, di indossarli. […] Con una schiena così dovetti dire addio a tante cose ed anche a qualche sogno. Ero, e lo sono tutt’ora […] una guerriera senza forza, imprigionata nell’armatura: il tanto odiato-amato busto. Addio ai vestiti scollati e stretti. Addio ai week-end con gli amici. Addio all’idea di avere un figlio

Magari ci lamentiamo, noi donne, perché abbiamo un po’ di pancia e ci sottoponiamo a diete rigidissime per poter fare spuntare, orgogliose, le ossa del bacino, e ci dimentichiamo che questa pancia è anche grembo nel quale possiamo custodire una nuova vita.

A volte penso ai bambini che non ho avuto. Conosco i loro nomi: Edoardo, Riccardo, Corrado e Virginia. So cosa avrei detto per farli crescere sicuri e responsabili, so come li avrei coccolati, ma non so dar loro un volto…

Magari ci lamentiamo perché non abbiamo abbastanza denaro per permetterci di veder realizzati tutti i nostri desideri, e non ci chiediamo se abbiamo davvero bisogno di quel che ci manca, o se forse non è superfluo. Riusciamo ad immaginare i desideri di Laura?

A volte vorrei vivere come Heidi sui monti, in compagnia di pecorelle e cani, il latte nelle ciotole di legno, il pane fatto in casa, l’acqua fresca dei ruscelli… Altre volte mi piacerebbe togliermi tutti gli sfizi. Anche se, pensandoci bene, non sono poi desideri tanto effimeri. Per esempio una casa super tecnologica, con i comandi vocali, non sarebbe male.

Magari ci lamentiamo per la noia dei nostri giorni e non ci accorgiamo che siamo circondati di possibilità, solo che non le sappiamo cogliere.

Purtroppo, ai nostri giorni, la gente vuole comodità. Tutto dev’essere a portata di mano, quindi perché cambiarsi d’abito, tirar fuori la macchina dal garage e magari prendere freddo se in casa si può vedere ciò che si vuole premendo solo un tasto sul telecomando? È evidente che l’emozione provata assistendo ad uno spettacolo dal vivo non è la stessa, ma vuoi mettere la comodità? Così, però, si spegne il cervello. Ancora oggi, quando mi capita di poter andare a Milano, rimango affascinata dalla varietà di proposte: teatri, cinema, musei, locali. Potessi decidere del mio tempo, mi nutrirei fino ad ingozzarmi di cose da vedere, parole da ascoltare, pensieri da toccare. Ma non potevo farlo prima e non posso farlo ora. Mi fa arrabbiare sapere che tanta gente ha il mondo a portata di mano e, per pigrizia, lo lascia girare a vuoto.

Magari ci lamentiamo perché non abbiamo sviluppato a sufficienza i bicipiti delle nostre braccia, e dimentichiamo che anche senza muscoli da atleta le nostre braccia e le nostre mani possono abbracciare, accarezzare, accendere la luce, aprire una porta, afferrare un bicchiere e portarlo alla bocca…

Di fatto non so cosa significhi “atrofia spinale”. […] Da quanto ho capito, la malattia à causata dalla degenerazione delle cellule nervose motrici (motoneuroni periferici) del midollo spinale: questo causa l’indebolimento e la rapida atrofizzazione dei muscoli. Nessun dolore, per fortuna, tuttavia l’autonomia nei movimenti è uguale a zero. A volte si può avvertire un certo fastidio, ma non si tratta di un vero e proprio disturbo fisico. È la rabbia di non poter fare ciò che si vuole. Non arrivare a prendere una penna, non poter stringere la mano di un amico, non poter salire le scale tre alla volta. Tutte cose che però si impara a fare in altri modi. Basta scoprirli giorno per giorno e capire che non è così impossibile come sembra. Lo devi sentire prima dentro di te e poi, con quella determinazione un po’ magica che gioca a metà tra il sogno e la realtà, sfidare lo spazio, l’ostacolo, il peso e trovare il TUO modo di afferrare, saltare, stringere. È una specie di allenamento continuo che alla fine equivale a un viaggio, in cui naturalmente è indispensabile un carattere forte, ma è un’esplorazione che per me è talmente esaltante da farmi ricordare soprattutto i sorrisi e la gioia delle mie sfide vinte. Quando sento qualcuno che in seguito a un incidente rimane paralizzato, non posso fare a meno di dire “poverino”. Se qualcuno, guardandomi, lo dicesse a me, mi darebbe noia. Io non ho subito un incidente. Io non mi penso malata, non mi sento malata. Le mie esperienze, le mie passioni, il mio lavoro sono tutti incastrati perfettamente in una storia così ricca di emozioni e di momenti bellissimi, che tutto posso dire tranne di essere stata sfortunata.

E a modo suo Laura ha imparato ad usare la penna. La tiene in bocca. Spesso è un bastoncino, che le permette di premere i tasti di un computer.

L'aura di tutti i giorni - Prefazione al romanzo

di Stefano Pierpaoli

Sembra giungere da un tempo diverso. Ci coglie immobili e intirizziti, ostinati nel mantenere viva la certezza di essere protagonisti di qualcosa. Tutti più o meno in fila, tutti più o meno nel gruppo di una grande corsa, senza sapere se era davvero quello il nostro desiderio e che avevamo scelto.

È una storia delicata che arriva dalla provincia sana e vigorosa e il teatro è quello semplice e vitale di una famiglia e di una comunità che si guarda negli occhi senza fretta. In questo spazio pacato e diluito, l'evento sconvolgente non produce rumori assordanti e avvolge chi lo patisce come se volesse misurarne la resistenza e stabilire il valore delle sue doti migliori.

La vicenda silenziosa invece raggiunge noi col boato del tuono e dopo un breve smarrimento, la seguiamo come fosse una magica scia che diventa esaltante e gioiosa. Ci spinge fuori dalla corsa in cui stavamo soffocando e ci accompagna verso un percorso che avanza parallelo rispetto alle nostre inquietudini. Allora vorremmo scoprirci meno conformisti e meno impantanati nei modelli di vita che ci hanno imposto, perché Laura ci svela una dimensione visionaria, sognante e romantica in cui la sfida è il pane quotidiano e la tenacia, il coraggio sono essenza concreta e incessante. Quella sfida non svanisce nell'immagine fantasiosa e irreale, non s'intimorisce e diventa inarrestabile. È un'immensa storia d'amore fatta di traguardi intermedi, sempre nuovi, di attese vivaci e di grandi vittorie. Non c'è inerzia e non c'è immobilità. L'eccitante scommessa che affronta ogni giorno per inseguire le idee e i progetti non parte mai dal limite né dall'ostacolo e oltrepassa le barriere volandoci sopra.

La normalità è quella linea sottile che traccia il confine tra il privilegio e il disagio. Questa definizione assume un rilievo imprescindibile nella società in cui viviamo. Privati come siamo di valori condivisi, di opportunità e armonia, intorpiditi dai messaggi incalzanti dei grandi comunicatori, dominati da classi dirigenti corrotte e incapaci, non possiamo far altro che subire un declino inesorabile. In questo labirinto fatto di squilibri e paure, le disuguaglianze e l'emarginazione diventano mali cronici dei quali è impossibile liberarsi e in questo universo limitante nel quale siamo immersi incontriamo ogni giorno le nostre disabilità. Comunichiamo poco e male, c'incontriamo di sfuggita in luoghi spesso angusti. Siamo fermi di fronte a un televisore, a un computer, a una partita di calcio. Ci identifichiamo con un orecchino al naso o un tatuaggio per far parte di una tribù che non sogna e che non scommette sul suo futuro, con il sano desiderio di sfidare i confini che ci opprimono. Troppo spesso non ne siamo nemmeno consapevoli e viaggiamo col navigatore satellitare per non perderci e con la pillola antipanico per non tremare.

Ecco la chiave che Laura ci porge con dolcezza per annientare i muri che ci circondano. La sua curiosità, la sua passione e la legittima ambizione con cui esplora il suo viaggio hanno sempre un punto d'arrivo che trasgredisce la convenzione del limite e dell'esclusione. Le persone che la circondano e che le vogliono bene e quelle che incontra lungo il percorso sono parte integrante della sua storia e ne vengono benevolmente contagiate. Condividono entusiasmi in una complicità che raggiunge attimi di ebbrezza travolgenti e in questa vicinanza si realizzano i sogni della bambina, della ragazza e della donna che un giorno decise d'imparare a volare e riuscì a farlo.

Questa storia sembra giungere da un tempo diverso, che pure dovrebbe essere anche il nostro. Ci racconta di un mondo in cui vivere sarebbe più sereno, come potrebbe essere anche il nostro. Un mondo libero, coraggioso, leale e abile.

Laura è talmente abile da sfiorarci il cuore e con amore ci fa sentire meno immobili e meno infreddoliti, fino a spingerci a capire che non è così importante affannarci in questa corsa pazza e inutile in cui c'è poco tempo per amare.